RESIDENZA 2018 STEFANO SERRETTA

a cura di Alessandra Franetovich

Stefano Serretta è l’artista invitato dalla curatrice Alessandra Franetovich per la residenza d’artista della V edizione di Cantieri Aperti.
A partire da sabato 1 settembre l’artista risiederà a Borgo del Ponte (Massa) fino alla giornata conclusiva di domenica 9 settembre. durante la quale verrà presentata la restituzione finale del percorso di residenza.

Appuntamento alle ore 18.00 di domenica 9 settembre presso Vicolo Araglio, Borgo del Ponte, MS.

STEFANO SERRETTA è un artista visivo nato nel 1987 a Genova. Attualmente vive e lavora a Milano. Dopo gli studi in Storia Moderna e Contemporanea ha frequentato il biennio specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali presso NABA Nuova Accademia di Belle Arti, dove è stato assistente per il corso di Arte Pubblica. La sua ricerca attualmente riflette sulla natura dei sistemi di potere e i meccanismi di rimozione degli apparati produttivi. Attraverso operazioni di voyeurismo analitico mette in luce i lati contraddittori e schizofrenici di un presente post ideologico.
www.stefanoserretta.com

CERTO CHE QUESTO MONDO È TUTTO DA RIFARE COMINCIA A URLARE

COMINCIAMO A URLARE

CERTO CHE QUESTO MONDO È TUTTO DA RIFARE COMINCIA A URLARE
frammenti di una cronistoria del Paese raccolti dagli artisti

CANTIERI APERTI V EDIZIONE
8 settembre 2018
Borgo del Ponte, Massa (MS)

Cantieri Aperti presenta CERTO CHE QUESTO MONDO È TUTTO DA RIFARE COMINCIA A URLARE. Un progetto che, nel suo formato ricorda sia la mostra diffusa che la maratona di spettacoli e performance, si articola in diversi momenti nel corso dell’ultimo sabato del festival. Quattro gli appuntamenti in programma, dalle ore 15 fino alle 24. I luoghi degli eventi a Borgo del Ponte saranno comunicati attraverso i canali social del festival nei giorni precedenti all’evento.

Si parte alle 15 con l’apertura di ASAP RESEARCH LIBRARY.
Il progetto, avviato nel 2013 dall’artista Lia Cecchin, si configura come una biblioteca itinerante con un fondo librario sempre in crescita. Come il nome in parte suggerisce (ASAP ovvero “As Soon As Possible” e quindi “il prima possibile”), la collezione rappresenta uno spaccato sul futuro per come è stato immaginato da filosofi, scienziati, politici, sociologi e teorici nel corso della storia moderna e contemporanea. Da Tommaso Campanella a Matt Ridley, da Enrico Berlinguer a Nick Srnicek, gli autori conducono il pubblico a una riflessione sul domani. Una serie di futuri possibili, sempre ipotizzati a partire da una potenziale riforma del presente, mostrano l’attitudine umana a una visione costruttiva del futuro. In uno spazio segreto del borgo, la biblioteca sarà allestita per un giorno e, intorno alle 4 di pomeriggio, un attore leggerà dei passi tratti dai libri in catalogo. Durante l’orario di apertura della biblioteca, il pubblico potrà sia consultare le opere letterarie esposte, sia contribuire alla crescita del progetto segnalando all’artista nuovi libri da far entrare in ASAP. Per tenere alta la concentrazione sul domani, ai presenti verrà incessantemente offerto del caffè.

Tra le 17 e le 18 va in onda DUE
Dopo il caffè una passeggiata. Il pubblico sarà accompagnato per le strade del borgo dove, in un allestimento che ricorda quello delle partite di Italia ‘90, con un televisore a tubo catodico portato in strada da una cucina per condividere la visione dell’evento nazional-popolare, si potrà assistere al film DUE, opera del 2017 di Riccardo Giacconi. Il film rilegge la storia del quartiere residenziale di Milano 2. Costruito tra il 1970 e il 1979 come una città utopica, Milano 2 è il primo progetto urbanistico di Silvio Berlusconi ed è quindi figlio di una sperimentazione sociale oggi invisibile nelle sue origini edili, ma diffusasi a livello nazionale trasformando radicalmente l’immaginario e i costumi del Paese. Nel cortometraggio, frutto di una produzione italo-francese, il linguaggio filmico si adopera per restituire un tempo e un valore specifico alle immagini apparentemente casuali, generiche e standardizzate di una periferia contemporanea.

Alle 19 l’ape-festa: ANDAVA DI BRUTTO, MA QUELLO CHE PARLAVA, SE STAVA ZITTO ERA MEGLIO
La mostra riprende con un aperitivo kitsch e nostalgico, come vuole il culto della dance anni ‘90.
La festa, dove non mancheranno i free drink, è comandata dall’aura di un supervocalist. La figura in questione è rigenerata da Caterina Erica Shanta, che mixa in un’unica traccia audio, registrazioni di repertorio tratte dal notturno delle discoteche italiane di fine millennio. L’iperbole della new-age sintetica (voglie tribali, eccentriche, sessualmente esplicite) traeva energia dal vocalist, che della festa era il coro e ne guidava le emozioni. Nonostante questa figura nel decennio successivo sia andata a perdersi, le parole bibliche del vocalist sono la fotografia di una generazione che, allora giovane, oggi guida le sorti del nostro Paese.

ll grande finale, verso le 22.30: IL PAESE NERO
La ricerca di Nicola Di Croce, Luca Ruali, Mata Trifilò dà vita a un live set dedicato al tema dell’abbandono paesaggistico, urbanistico ed emotivo, facendo esplodere il modello della conferenza in quello di uno spettacolo sinestetico fatto di immagini, suoni e voce narrante. Perseguendo la notte delle cose mai viste, una collezione fatta di documenti visivi e sonori riempie lo schermo e le casse con pagine di editoria alternativa, casi di ragazze scomparse, serie televisive italiane di atmosfera paranormale, strane letture di quadri medievali. Sui dispositivi mossi dai tre progettisti i linguaggi si moltiplicano ma presto è chiaro l’intento di raccontare una diversa storia del Paese, una storia di cui la memoria collettiva si era già dimenticata nel momento in cui è stata compiuta.

CERTO CHE QUESTO MONDO È TUTTO DA RIFARE COMINCIA A URLARE è un progetto a cura di Carolina Gestri e Gabriele Tosi che ha tra i suoi obiettivi quello di comunicare interessi e intenzioni del comitato scientifico che si occuperà, assieme ad Alessandra Franetovich e Giulio Saverio Rossi, della sezione di Cantieri Aperti dedicata all’arte contemporanea nelle future edizioni del festival.
Il progetto può quindi essere considerato come l’inizio di un percorso che vuole dar luce, nel contesto di Borgo del Ponte, a una cronistoria alternativa del Paese a partire dai suoi immaginari apparentemente più periferici o in corso di oblio.
Anche per questo è stato scelto un format che restituisse l’idea di una passeggiata capace di allargare quei tempi storici che nel presente si sono accumulati e solidificati in un’immagine certamente troppo rigida e quindi falsa.
Le opere incluse in questo primo progetto, di autori che condividono una generazione, sono caratterizzate da una volontà di studio libero di quell’immenso archivio di dati che fanno parte della storia recente del Paese. Pur risolvendosi in diversi media, il loro carattere appare sempre duttile e per certi versi nazional-popolare, come se nella forma di una certa arte si ripercuotesse quella dualità che, secondo molti, ha sempre caratterizzato le luci e le ombre della società italiana.

Riccardo Giacconi ha studiato arti visive presso l’Università IUAV di Venezia. Il suo lavoro, per certi versi Collodiano, è una reinvenzione del linguaggio della dinamica narrativa di storie, oggetti, città e personaggi reali, animati o inanimati che siano. Mosso dalla capacità dell’arte di confrontarsi con la vita di cose e persone, parifica in un’unica soluzione testimonianze orali, sceneggiature teatrali e documenti di archivio; il suo modello di ricerca, sempre trasversale, avvicina quindi contenuti che appaiono lontani assistendo alla loro reazione. Niente nel suo lavoro appare perciò statico e ogni cosa si rivela come una costante variazione.
Il suo lavoro è stato presentato in varie esposizioni, fra cui presso ar/ge kunst (Bolzano), MAC (Belfast), WUK Kunsthalle Exnergasse (Vienna), FRAC Champagne-Ardenne (Francia), tranzitdisplay (Praga), Peep-Hole (Milano), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e nella International Biennale for Young Art di Mosca. E’ stato artista in residenza presso il Centre international d’art et du paysage (Vassivière, Francia), Lugar a Dudas (Cali, Colombia), La Box (Bourges, Francia) e il MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma. Nel 2016 ha ricevuto il premio di produzione video ArteVisione, a cura di Sky Arte e Careof.
Ha presentato i suoi film in diversi festival, fra cui il New York Film Festival, l’International Film Festival Rotterdam, la Mostra del Cinema di Venezia, Visions du Réel e il FID Marseille, dove ha vinto il Grand Prix della competizione internazionale nel 2015. Nel 2007 ha co-fondato il collettivo Blauer Hase con cui cura la pubblicazione periodica Paesaggio e il festival Helicotrema.
https://riccardogiacconi.com/

Lia Cecchin (Feltre, 1987; vive e lavora a Torino) nel 2010 si laurea in Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università IUAV di Venezia. La sua pratica si contraddistingue per la negazione di qualunque tipo di atto creativo. La realtà è infatti il suo campo di ricerca. Espone film, libri e oggetti comuni inserendoli in nuove narrazioni dove potenzialmente ognuno può riconoscersi come protagonista. Attraverso una metodologia archivistica viene riunito un vasto codice condiviso capace di descrivere il nostro presente e ipotizzare un possibile e realistico imminente futuro.
Ha partecipato a workshop e programmi di residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), Fondazione Spinola Banna (Torino), Progetto Diogene (Torino) e Halle 14 (Lipsia).
Tra le mostre a cui ha preso parte: BYTS Bosch Young Talent Show, AKV (‘s-Hertogenbosch); Opera 2011, Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia); Fuoriclasse, GAM (Milano); It happened Tomorrow, Barriera (Torino); Mediterranea 17, la Fabbrica del Vapore (Milano); Searching for comfort in an uncomfortable chair, CLOG (Torino); Susy Culinski & Friends, Fanta Spazio (Milano); Teatrum Botanicum, PAV Parco Arte Vivente (Torino); Curator Exquis, Greylight Projects (Bruxelles); That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, MAMbo (Bologna).
DADA POEM (to a fearless female), il primo capitolo del suo ultimo progetto DADA POEM, è stato presentato in occasione della mostra collettiva That’s IT (giugno 2018) al MAMbo. Il secondo, DADA POEM (22 missed calls) ha vinto il PREMIO COMBAT 2018 per la sezione installazione/scultura.
www.liacecchin.info

Caterina Erica Shanta (1986, Landstuhl, Germania; vive e lavora a Pordenone), artista e regista friulana, si forma a Venezia dove nel 2014 ottiene un Master in Arti Visive all’Università IUAV. Il video è il suo principale mezzo di indagine. La produzione di Shanta si differenzia in due diversi generi cinematografici e metodi di ricerca: da una parte documentaristica e di studio sul territorio e dall’altra di found footage e di reperimento di frammenti di archeologia digitale prodotti dai dispositivi mobili degli utenti. Attraverso la registrazione di materiale di archivio e di testimonianze orali, le opere tendono a colmare le lacune storiografiche ricostruendo la memoria collettiva di comunità che in passato hanno vissuto periodi di crisi economica e conflitti.
Shanta ha preso parte a numerosi programmi di formazione dedicati alle immagini in movimento, residenze artistiche e festival dedicati alla ricerca audio come Helicotrema – Festival Audio Registrato (2016).
Il suo video Palmyra è stato esposto alla mostra VISIO: Outside the black box, a cura di Leonardo Bigazzi in occasione dello Schermo dell’arte Film Festival (Firenze). La sua opera Polvere è stata acquisita dalla Fondazione 1563, Compagnia San Paolo della Banca San Paolo di Torino. Nel 2016 viene selezionata per il premio Artevisione, promosso da Sky Arte e Careof presso Fabbrica del Vapore (Milano), con la sceneggiatura de Il cielo stellato, attualmente in fase di conclusione. Il film è stato prodotto da Careof, Invisibile Film e ha ricevuto il supporto di Lucania Film Commission, Fondazione Matera-Basilicata 2019, Ass. Della Bruna Matera. Nel 2018 presenta il film A History about silence (una storia sul silenzio) in collaborazione con Dolomiti contemporanee e Progetto Borca.
http://www.caterinaericashanta.it

Luca Ruali (Roma, 1970. Vive a Milano) + Nicola Di Croce (Potenza, 1986. Vive a Venezia) + Mata Trifilò (Messina, 1981. Vive a Milano) sono tre progettisti che operano in ambiti differenti ma condividono ne Il paese nero la necessità di dedicare una ricerca approfondita alle dinamiche di abbandono dell’Italia interna anche dal punto di vista emotivo.
Luca Ruali è architetto. Produce progetti, disegni, animazioni per soggetti coinvolti nella ricerca culturale. Ha partecipato al padiglione italiano della 13° edizione della Biennale di Architettura di Venezia e ha realizzato diverse pubblicazioni dedicate al territorio italiano.
Nicola di Croce è architetto, musicista, progettista e artista sonoro, dottore di ricerca in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche del Territorio. Produce ricerche concentrate sul rapporto tra ambiente sonoro e pianificazione territoriale basate su registrazioni sul campo, pratiche partecipative e le possibile sequenze di sviluppo locale attivabili attraverso lo sviluppo di un ascolto consapevole.
Mata Trifilò è architetto. Campiona archivi di testi, documentari, film dedicati o sensibili allo spostamento del territorio italiano.
http://www.ilpaesenero.it

Il Paese nero

paese_neroLuca Ruali (Roma, 1970. Vive a Milano) + Nicola Di Croce (Potenza, 1986. Vive a Venezia) + Mata Trifilò (Messina, 1981. Vive a Milano) sono tre progettisti che operano in ambiti differenti ma condividono ne Il paese nero la necessità di dedicare una ricerca approfondita alle dinamiche di abbandono dell’Italia interna anche dal punto di vista emotivo.
Luca Ruali è architetto. Produce progetti, disegni, animazioni per soggetti coinvolti nella ricerca culturale. Ha partecipato al padiglione italiano della 13° edizione della Biennale di Architettura di Venezia e ha realizzato diverse pubblicazioni dedicate al territorio italiano.
Nicola di Croce è architetto, musicista, progettista e artista sonoro, dottore di ricerca in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche del Territorio. Produce ricerche concentrate sul rapporto tra ambiente sonoro e pianificazione territoriale basate su registrazioni sul campo, pratiche partecipative e le possibile sequenze di sviluppo locale attivabili attraverso lo sviluppo di un ascolto consapevole.
Mata Trifilò è architetto. Campiona archivi di testi, documentari, film dedicati o sensibili allo spostamento del territorio italiano.
http://www.ilpaesenero.it

Caterina Erica Shanta

caterina_portrait_2 copia

Caterina Erica Shanta (1986, Landstuhl, Germania; vive e lavora a Pordenone), artista e regista friulana, si forma a Venezia dove nel 2014 ottiene un Master in Arti Visive all’Università IUAV. Il video è il suo principale mezzo di indagine. La produzione di Shanta si differenzia in due diversi generi cinematografici e metodi di ricerca: da una parte documentaristica e di studio sul territorio e dall’altra di found footage e di reperimento di frammenti di archeologia digitale prodotti dai dispositivi mobili degli utenti. Attraverso la registrazione di materiale di archivio e di testimonianze orali, le opere tendono a colmare le lacune storiografiche ricostruendo la memoria collettiva di comunità che in passato hanno vissuto periodi di crisi economica e conflitti.
Shanta ha preso parte a numerosi programmi di formazione dedicati alle immagini in movimento, residenze artistiche e festival dedicati alla ricerca audio come Helicotrema – Festival Audio Registrato (2016).
Il suo video Palmyra è stato esposto alla mostra VISIO: Outside the black box, a cura di Leonardo Bigazzi in occasione dello Schermo dell’arte Film Festival (Firenze). La sua opera Polvere è stata acquisita dalla Fondazione 1563, Compagnia San Paolo della Banca San Paolo di Torino. Nel 2016 viene selezionata per il premio Artevisione, promosso da Sky Arte e Careof presso Fabbrica del Vapore (Milano), con la sceneggiatura de Il cielo stellato, attualmente in fase di conclusione. Il film è stato prodotto da Careof, Invisibile Film e ha ricevuto il supporto di Lucania Film Commission, Fondazione Matera-Basilicata 2019, Ass. Della Bruna Matera. Nel 2018 presenta il film A History about silence (una storia sul silenzio) in collaborazione con Dolomiti contemporanee e Progetto Borca.
http://www.caterinaericashanta.it

Riccardo Giacconi

riccardo giacconi ritratto a milano due

Riccardo Giacconi ha studiato arti visive presso l’Università IUAV di Venezia. Il suo lavoro, per certi versi Collodiano, è una reinvenzione del linguaggio della dinamica narrativa di storie, oggetti, città e personaggi reali, animati o inanimati che siano. Mosso dalla capacità dell’arte di confrontarsi con la vita di cose e persone, parifica in un’unica soluzione testimonianze orali, sceneggiature teatrali e documenti di archivio; il suo modello di ricerca, sempre trasversale, avvicina quindi contenuti che appaiono lontani assistendo alla loro reazione. Niente nel suo lavoro appare perciò statico e ogni cosa si rivela come una costante variazione.
Il suo lavoro è stato presentato in varie esposizioni, fra cui presso ar/ge kunst (Bolzano), MAC (Belfast), WUK Kunsthalle Exnergasse (Vienna), FRAC Champagne-Ardenne (Francia), tranzitdisplay (Praga), Peep-Hole (Milano), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e nella International Biennale for Young Art di Mosca. E’ stato artista in residenza presso il Centre international d’art et du paysage (Vassivière, Francia), Lugar a Dudas (Cali, Colombia), La Box (Bourges, Francia) e il MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma. Nel 2016 ha ricevuto il premio di produzione video ArteVisione, a cura di Sky Arte e Careof.
Ha presentato i suoi film in diversi festival, fra cui il New York Film Festival, l’International Film Festival Rotterdam, la Mostra del Cinema di Venezia, Visions du Réel e il FID Marseille, dove ha vinto il Grand Prix della competizione internazionale nel 2015. Nel 2007 ha co-fondato il collettivo Blauer Hase con cui cura la pubblicazione periodica Paesaggio e il festival Helicotrema.
https://riccardogiacconi.com/

Lia Cecchin

Ph.Cecchin

Lia Cecchin (Feltre, 1987; vive e lavora a Torino) nel 2010 si laurea in Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università IUAV di Venezia. La sua pratica si contraddistingue per la negazione di qualunque tipo di atto creativo. La realtà è infatti il suo campo di ricerca. Espone film, libri e oggetti comuni inserendoli in nuove narrazioni dove potenzialmente ognuno può riconoscersi come protagonista. Attraverso una metodologia archivistica viene riunito un vasto codice condiviso capace di descrivere il nostro presente e ipotizzare un possibile e realistico imminente futuro.
Ha partecipato a workshop e programmi di residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), Fondazione Spinola Banna (Torino), Progetto Diogene (Torino) e Halle 14 (Lipsia).
Tra le mostre a cui ha preso parte: BYTS Bosch Young Talent Show, AKV (‘s-Hertogenbosch); Opera 2011, Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia); Fuoriclasse, GAM (Milano); It happened Tomorrow, Barriera (Torino); Mediterranea 17, la Fabbrica del Vapore (Milano); Searching for comfort in an uncomfortable chair, CLOG (Torino); Susy Culinski & Friends, Fanta Spazio (Milano); Teatrum Botanicum, PAV Parco Arte Vivente (Torino); Curator Exquis, Greylight Projects (Bruxelles); That’s IT! Sull’ultima generazione di artisti in Italia e a un metro e ottanta dal confine, MAMbo (Bologna).
DADA POEM (to a fearless female), il primo capitolo del suo ultimo progetto DADA POEM, è stato presentato in occasione della mostra collettiva That’s IT (giugno 2018) al MAMbo. Il secondo, DADA POEM (22 missed calls) ha vinto il PREMIO COMBAT 2018 per la sezione installazione/scultura.
www.liacecchin.info

PIETRO GAGLIANÒ – Memento: l’ossessione del visibile

Memento: l’ossessione del visibile
PIETRO GAGLIANÒ
presentazione a cura di Alessandra Franetovich

presentazione Memento: l’ossessione del visibile

Memento è una riflessione sulla criticità della memoria collettiva quando prende forma nello spazio pubblico come segno del controllo egemonico o come atto di resistenza. Dagli apparati del potere alle esperienze del contro-monumento, dalla pianificazione urbana al controllo tentacolare sul tempo nel postfordismo, si scopre nell’ossessione per il visibile l’orizzonte di confronto tra la capacità eversiva dell’arte e del pensiero critico e la colonizzazione dell’immaginario nella società dello spettacolo. Memento parte dal caso del mai compiuto monumento a Costanzo Ciano a Livorno, costeggiando l’estetica dei totalitarismi europei, e analizza alcune possibilità dell’arte internazionale negli ultimi trent’anni, fino alle più recenti sperimentazioni degli artisti italiani nell’approcciare la materia del potere, le sue forme, le sue narrazioni e le alternative, nella condivisione e nella partecipazione. Un approfondimento riguarda il legame tra la corruzione del linguaggio e il conformismo.

Pietro Gaglianò (1975) è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea in architettura ha approfondito il rapporto tra l’estetica del potere e le libertà individuali, prediligendo il contesto urbano, architettonico e sociale come scena delle pratiche artistiche contemporanee. Ha curato progetti speciali e mostre in Italia e all’estero. Da anni sperimenta formati ibridi dello spazio di verifica dell’arte, in cui esperienze di laboratorio e formazione si innestano sul modello tradizionale della mostra e del convegno.

 

WORKCENTER OF JERZY GROTOWSKI AND THOMAS RICHARD – incontro cantato

Incontro cantato
WORKCENTER OF JERZY GROTOWSKI AND THOMAS RICHARD

Incontro cantato

Composto da un seminario di preparazione e un “Incontro Cantato” condotti da Mario Biagini e i suoi colleghi di Open Program, INVITO AL CANTO è un progetto aperto al pubblico, gratuito, senza limiti di età o di competenza. Nato nel 2014 e sviluppatosi durante varie residenze a New York, il progetto è attivo da giugno nelle aree di Firenze, Scandicci e Pontedera.

Nel proprio lavoro teatrale Open Program sta da tempo cercando nuovi modi di relazione con le persone che incontra, diversi dalla relazione attore/spettatore. Si esplorano le possibilità di una creazione artistica fluida, partecipativa, aperta a chiunque senza distinzioni di età o di provenienza, basata su semplici elementi di canto e danza e di comportamento – una forma d’arte forse dimenticata, in cui ogni partecipante rinuncia al suo anonimato e diventa co-autore responsabile e consapevole della qualità dell’incontro. Dunque una forma d’arte specifica, con le sue regole ancora da scoprire, aperta alla partecipazione dei presenti, ma non di meno una forma, un fatto d’arte organizzato ed efficace.

Il “Seminario Libero di Canto” è una sessione gratuita di canto, accogliente e rilassata, in cui Mario Biagini e i membri di Open Program insegnano canti del loro repertorio, principalmente appartenenti alla tradizione afro-americana del Sud degli Stati Uniti. Durante il Seminario Mario biagini e i suoi colleghi condividono con i partecipanti il loro modo di lavorare su una possibilità di incontro attraverso il canto e la danza, nello spazio. I canti sono semplici da imparare, e i partecipanti ne ricevono i testi stampati, per un primo approccio. Si può arrivare quando si vuole, anche dopo l’orario di inizio, e andarsene prima della fine: non ci sono restrizioni. Il Seminario dà a chiunque vi partecipi alcuni semplici strumenti per partecipare pienamente all’“Incontro Cantato” del giorno seguente.

Un “Incontro Cantato” è un evento a entrata libera a cui tutti possono prendere parte senza limiti di età e senza vincoli di esperienze nel campo delle arti dello spettacolo. I partecipanti sono invitati (e non tenuti) a unirsi al canto, alla danza, o a sostenere quello che succede con la loro semplice ma importante presenza. Non si tratta di uno spettacolo né di un coro tradizionale, ma di qualcosa di nuovo, o piuttosto di un tentativo di riscoprire un modo dimenticato di stare assieme. Un Incontro per riscoprire un modo di stare assieme senza paura degli altri e senza vergogna. Si tratta di un incontro vivo, ogni volta diverso, che non si ripete mai uguale a se stesso. Può raggiungere momenti di grande vita e intensità, e momenti più dinamici si alternano a momenti più intimi. I canti iniziano attorno e tra i partecipanti, che possono scegliere liberamente se partecipare e come: essere testimoni e assistere rimanendo da parte, oppure entrare in azione, cantare e danzare – trovare la loro maniera di essere presenti e sostenere gli altri.

 

 

C’ERA UNA VOLTA (1922)

C’ERA UNA VOLTA (1922) – DER VAR ENGANG – un film di C.T.Dreyer, 77′
sonorizzazione dal vivo a cura di Paolo Spaccamonti, Julia Kent, Stefano Pilia

 

C’ERA UNA VOLTA (1922)

C’era una volta si ispira ad un popolarissimo dramma nazionalistico danese del 1883, con una trama che fonde la favola di Hans Christian Andersen ‘Il guardiano dei porci’ con ‘La bisbetica domata’ di Shakespeare. In una terra chiamata Illiria, una principessa rifiuta ripetutamente tutti i suoi corteggiatori, compreso il principe di Danimarca. Questi, pur di attirare l’attenzione della principessa assume una diversa identità, aiutato dal suo assistente. Malgrado il grande successo ottenuto in patria, all’estero il film non ebbe l’affermazione auspicata da Dreyer e dalla sua casa di produzione. Nondimeno, la bellezza e la levità delle immagini, unite alla sua evidente ‘danesità’, fanno di ‘Der var engang’ un’opera insolita e sorprendente sia rispetto alla produzione cinematografica muta danese sia al corpus dreyeraiano.

In occasione del restauro del film , avvenuta a gennaio 2016, il Museo del cinema di Torino ha commissionato la sonorizzazione dal vivo della pellicola ad un trio d’eccezione: Paolo Spaccamonti, Stefano Pilia (Afterhours, Rokia Traorè tra gli altri) e la violoncellista canadese Julia Kent. Il debutto è avvenuto venerdì 22 gennaio al Cinema Massimo di Torino (tutto esaurito), con replica il 23 gennaio al cinema PostModernissimo di Perugia e domenica 24 all’interno della galleria d’arte Biancovolta di Viterbo ed infine a Torino, a luglio 2016 nella splendida cornice di Palazzo Reale, all’interno di Cinema a Palazzo Reale.

Paolo Spaccamonti, chitarra
Julia Kent, violoncello
Stefano Pilia, chitarra

KINKALERI – VIRUS ALL

VIRUS ALL! Lab + perforamnce
KINKALERI

 

KINKALERI, VIRUS ALL!

Virus è un laboratorio motorio dove un codice gestuale inventato da Kinkaleri, che lega ogni lettera dell’alfabeto a un movimento semplice, viene trasferito a tutti coloro che vogliono portare la comunicazione fisica su più piani, rendendo il proprio corpo leggibile come una scrittura manuale.

Nelle varie possibilità coreografiche e compositive questa invenzione ci permette di liberare la forma dal formalismo e di rendere ogni corpo uno strumento sensibile e presente, un paradigma di come una relazione di comunicazione tra uomini possa avvenire nel mistero dell’opera d’arte.

Il laboratorio nel suo svilupparsi offre vari spunti d’indagine; da quello più astratto e direttamente connesso alla dinamica motoria fino a quello più concreto di un linguaggio segreto. L’analisi della sua gestazione e le possibilità creative innescano una riflessione sulla forma sempre in bilico di senso che dell’espressione corporea fa la sua dichiarazione fisica e politica.

Kinkaleri, VIRUS ALL!

Il linguaggio è un virus!